La prestigiosa rivista Mondo Internazionale recensisce il Movimento Las Guerreras Cubanas


“Sono 60 anni che il popolo cubano è oppresso dal regime che castra ogni sua potenzialità.” Ha esordito così durante un’intervista Domenico Vecchioni, ex ambasciatore d’Italia a Cuba, denunciando sempre più rigide forme di repressione e violenza perpetrate dal regime comunista e dittatoriale ai danni del popolo. Ad aggravare il quadro vi sono le misure punitive impiegate dal presidente Miguel Díaz-Canel a seguito delle pacifiche proteste nazionali avvenute lo scorso 11 luglio a Cuba. Arresti massicci, manipolazione dell’informazione, abusi e licenziamenti arbitrari hanno colpito i “controrivoluzionari”, così definiti da Canel, in realtà cittadini stremati dalla crisi umanitaria e sanitaria, scesi in piazza a chiedere libertà. Eppure, sembra difficile in Italia, e in molti altri paesi europei, far passare il messaggio che a Cuba vi sia una vera e propria dittatura. Dall’epoca dei conquistadores fino agli anni più recenti, gli europei hanno proiettato in America Latina, in particolare a Cuba, miti e tendenze irreali basate su utopie rivoluzionarie e dittatoriali come quella di Fidel Castro, modelli che non avrebbero, però, applicato nella propria terra. In questo modello immaginario i leader cubani si sono rifugiati negli anni, adattando la propria realtà fittizia a quella dei miti importati dai media internazionali. Cuba: identità svelata La drammatica crisi umanitaria, economica e sanitaria di Cuba, aggravatasi negli anni successivi al dilagarsi della pandemia, è spesso spiegata dai leader come conseguenza dell’imposizione dell’embargo da parte degli Stati Uniti contro Cuba oltre sei decadi fa. Tuttavia, l’impatto economico-finanziario causato dall’embargo non è sufficiente a giustificare l’inefficienza del governo autoritario cubano che, malfunzionante e repressivo, non garantisce ai cittadini i diritti fondamentali di cui sono titolari. Inoltre, al fine di sopperire alla contrazione economica dell’isola, aggravata dal calo significativo di flussi turistici, i cittadini più fortunati riescono a trovare aiuto nei familiari emigrati all’estero, che forniscono loro il sostentamento necessario. Tutti gli altri, invece, si trovano a fare i conti con la mancanza dei beni di prima necessità, tra cui cibo, medicinali, libertà. È con questo pretesto che lo scorso 11 luglio, migliaia di persone sono scese in strada per protestare pacificamente, pagando un prezzo altissimo. Una protesta inedita che, ha spinto il dittatore Miguel Díaz-Canel a utilizzare tutti gli strumenti repressivi di cui dispone al fine di silenziare, con la forza, il grido di un popolo stremato. A seguito della manifestazione, il regime ha immediatamente interrotto l’accesso ad internet e linee telefoniche, ostruendo la possibilità di rivelare gli orrori del paese. In aggiunta, sono innumerevoli le persone arrestate a causa della protesta, tra cui attivisti, giornalisti, artisti, ma anche numerosi minori che rischiano, sotto false accuse, fino a trent’anni di carcere. Ma la drammaticità della situazione cubana non si limita, purtroppo, alle sole proteste della scorsa estate ma, a questioni molto più radicate. Infatti, numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il governo cubano per aver favorito la schiavitù di migliaia di lavoratori, in particolare quelli impiegati nel settore medico e nella navigazione da crociera. Testimonianze hanno rivelato che lo stato, dopo aver costretto migliaia di cittadini a lavorare sulle navi all’estero, confisca loro la maggior parte del salario. Altrettanto sconcertante è il quadro dei medici cubani inviati in “missioni sanitarie” all’estero, in realtà costretti a lavorare oltre 12 ore al giorno per poi percepire tra il 5% ed il 25% dello stipendio pagato dallo stato estero, poiché la restante parte è percepita dal regime. Queste pratiche sono state fermamente condannate dal Parlamento europeo che le ha classificate come “tratta di esseri umani e schiavitù moderna”, approvando una storica risoluzione di condanna. Voci contro la dittatura Vi è, tuttavia, qualcuno che sta lanciando il proprio grido contro il regime dittatoriale cubano. Questo grido arriva dalla grande comunità di cubani liberi in Italia e non solo che, attraverso testimonianze dirette e indirette, guida l’opposizione che a Cuba è stata brutalmente repressa, cercando di dare voce a coloro che non hanno alcuna possibilità di esprimersi. Tra queste voci emerge quella del movimento “Las Guerreras Cubanas”, costituito da donne che, esiliate o forzatamente espatriate, si impegnano a denunciare tutta una serie di violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime comunista e a rivelare, in Italia e all’estero, una realtà di Cuba ancora invisibile. A tal proposito, “Las Guerreras” prenderanno parte al primo Summit dei Liberi Cubani in Europa, dal 19 al 22 maggio 2022 a Bruxelles, con l’idea di riunire sinergicamente gli sforzi di tutte le diverse comunità di attivisti ed oppositori, al fine di richiedere la libertà e la transizione democratica a Cuba. Mentre l’Hotel Nacional dell’Avana si prepara ad ospitare, tra il 5 e il 10 aprile, il Festival di Sanremo, “Las Guerreras” insieme a numerose associazioni di cubani residenti in Italia si sono unite in un coro di protesta ed hanno inviato una lettera di disapprovazione al Ministro della Cultura Franceschini, lo scorso febbraio. Nella lettera le associazioni hanno evidenziato l’incompatibilità tra l’emblematico festival culturale e democratico e il regime cubano, sotto il quale arte, musica e spettacolo sono privi di libertà di espressione e, al contrario, rappresentano un forte strumento di propaganda esclusiva del partito comunista. A sostegno delle associazioni si sono schierati numerosi artisti latinoamericani, nonché alcuni spagnoli ed italiani, i quali hanno scelto di non prendere parte all’evento promosso ed organizzato dal regime. Di fronte alle sconcertanti testimonianze, sembra ormai impossibile negare o trascurare la gravità della crisi cubana e le cause ad essa connesse. Un regime dittatoriale, quello di Canel, violento e repressivo al pari di quello dei suoi predecessori. Un popolo che non ha accesso ai diritti fondamentali, tra cui la libertà di pensiero, espressione, manifestazione. Una rete sempre più ampia di portavoce, come nel caso del movimento “Las Guerreras”, pronte a chiedere libertà nel nome di chi voce non ha.



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