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Per Farruko:

 

Il 13 d'agosto mi sono alzato presto, ho preso il telefono e sono andato al lavoro. Al tornare c'era una pattuglia della polizia quasi davanti alla porta di casa mia però non pensavo fosse per me. Quando sono salito le scale c'erano due uomini che mi aspettavano e mi hanno chiesto se fossi Jonathan. Ho risposto di sì e mi hanno mostrato una identificazione del DTI (dipartimento tecnico investigativo). L'unica cosa che ho chiesto a loro è stata se potevo salire in camera mia per mettermi le scarpe dato che indossavo le infradito. Sono andato di sopra, mi sono messo le scarpe, e guardo a mia madre che scoppia in lacrime.

Mia mamma si è girata verso di loro e gli ha chiesto se fosse una cosa veloce, loro hanno detto di sì. Ho salutato mia nonna, mia moglie che in quel momento era incinta e per ultimo le ho dato la mia benedizione a mia madre. Scesi le scale e mi misero nell'auto di pattuglia portandomi al DTI di Acosta. Lì hanno iniziato a mostrarmi dei video. Ho detto che non ero io e sono stato insultato. Ero senza manette e mi hanno messo le manette stringendole molto forte. Ero seduto, continuavo a dire che non ero io quello dei filmati e loro continuavano a spingermi fuori dalla sedia. Mi hanno ammanettato e appeso in punta di piedi al recinto. Ogni volta che mi muovevo e colpivo la recinzione, le manette diventavano sempre più strette. Mi hanno di nuovo fatto rientrare nell'auto di pattuglia e portato alla stazione di polizia di Aguilera. Ho visto mia madre continuava a piangere, le ho dato un piccolo bacio e mi hanno portato di sopra. Dopo un po' mi hanno portato giù in cella, prima ho consegnato tutto quello che avevo al piano di sopra. Dopo aver trascorso una giornata lì, tutti quelli che erano nella cella se ne sono andati ed io sono rimasto da solo.

Quella notte mi hanno trasferito in un'altra cella ed è arrivato un mio amico che è come mio fratello. L'hanno portato per gli stessi motivi che hanno portato me. Quella notte iniziammo a chiamare le guardie e non vennero; continuavamo a gridare ma non sono venuti; Finché si sono avvicinati molto infastiditi per essere stati disturbati. Quel giorno sembra che non ci fosse l'acqua. Non abbiamo potuto fare il bagno. Il giorno dopo ho iniziato a chiamare la guardia per vedere se potevo parlare con mia madre in modo che potesse sapere di me, così non si sarebbe preoccupata. Non potevo chiamarla. Ho iniziato a battere e hanno portato me e lui fuori da quella cella e ci hanno messo in un'altra. Quel giorno non mi diedero il materasso su cui dormire.

Al mattino avevo dolore anche ai denti per non essermi lavato la bocca e dolore al corpo per aver dormito sul cemento nudo. Più tardi, il giorno dopo, o credo quel giorno, mi portarono dal tecnico Acosta. Il primo giorno di Acosta stavo bene, nient'altro che il giorno in cui una guardia si è fermata davanti a me e mi ha detto, allo stesso modo: "Vuoi vedere come ti do un biscotto?". Gli ho detto di sì, pensavo stesse giocando ed è entrato. Non gli avevo mai dato fiducia per giocare. Ha aperto il cancello, si è tolto la maglietta e mi ha dato un biscotto per piacere. L'ha presa, è uscito e dopo un po' mi hanno portato fuori a parlarmi perché hanno scoperto che ero una delle fionde, come si suol dire. Era così che non l'avrei detto a mia madre. Lì hanno dato il telefono ogni volta che ne avevano voglia. Finché non mi hanno portato nella prigione della gioventù occidentale.

Qui nel mantello hanno cominciato a darmi del dolore all'orecchio con il tempo. Un giorno, di notte, l'umorismo cominciò a venirmi fuori dall'orecchio e cominciarono a chiamare la guardia. Abbiamo dovuto iniziare a urlare e quando sono venuti mi hanno detto perché mi avrebbero portato giù nell'armadietto dei medicinali se non ci fossero stati i medicinali. Se ne sono andati, hanno continuato a darmi dolore e li hanno chiamati di nuovo. Sono arrivati ​​dopo un po', hanno tirato giù il mio kit di pronto soccorso e non c'era niente. Sono andato di sopra e il giorno dopo il rieducatore mi ha portato delle gocce. Lui stesso mi disse che in prigione non c'era nessuno, ma non c'era nemmeno un medico.

Non so cosa ci sia nell'acqua qui, ma ha fatto vomitare la gente con sangue e diarrea. Grazie a Dio non mi ha dato niente di tutto questo. La gente è svenuta e non ha smontato il kit di pronto soccorso perché non c'era niente.

Col tempo mi hanno spostato nella compagnia 5. Lì nel mio cubicolo un giorno si sono messi nei guai e hanno portato fuori tutti. Ci hanno detto di scoprirlo e io non volevo. Mi hanno ucciso con biscotti e calci per terra. Non volevo dire niente a mia madre così non si sarebbe preoccupata, finché durante la visita non ha visto i graffi sul mio collo. Hanno scoperto com'era mia madre e, come me, non è successo nient'altro.

Ti scrivo questa lettera perché sei il mio artista preferito, Farruko, e ti racconto tutto quello che ho vissuto solo per rivendicare la libertà. Vorrei che tu mi sostenesse e dicessi la mia verità al mondo. Ti rispetto e ti ammiro molto, voglio che tu sia il mio padrino.

Jonathan Torres-Farrat